città/ metropoli/ megalopoli – Arcduecittà .italia – Architettura, Ricerca, Città http://www.arcduecitta.it Rivista di Architettura, ricerca e città Wed, 22 Feb 2023 16:22:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.4.29 LES BIJOUX DISCRETS. APPUNTI PER UNA RESISTENZA ARCHITETTONICA. Lorenzo Degli Esposti http://www.arcduecitta.it/2012/10/les-bijoux-discrets-appunti-per-una-resistenza-architettonica-lorenzo-degli-esposti-2/ http://www.arcduecitta.it/2012/10/les-bijoux-discrets-appunti-per-una-resistenza-architettonica-lorenzo-degli-esposti-2/#comments Wed, 10 Oct 2012 13:00:39 +0000 http://www.arcduecitta.it/?p=1289  

 

Ignoto incisore, Le sette chiese privilegiate di Roma, 1589. Pierre Patte, Piano degli abbellimenti per Parigi per la gloria di Luigi XV, 1765 Bruno Taut, Alpine Architecture, 1918 Peter Eisenman, Notes on Conceptual Architecture: Towards a Definition, 1970 Jarosław Kozłowski, Metaphysics - Physics - Ics, 1972-74 (parte) Osvald Mathias Ungers, Berlino come arcipelago verde, 1977

Les bijoux discrets[1]

Appunti per una resistenza architettonica

 

L’opera di architettura è futile o utile?

Annose critiche all’architettura iconica, se asservita al capitale, mi sembrano spostare il problema e confondere le acque. La decadenza della ricerca formale entro logiche commerciali e mercantili non deve essere interpretata come il destino ineluttabile in cui è costretta l’opera di architettura. D’altra parte, spazi e oggetti non figurativi non possono essere l’univoca risposta all’accumulazione e alle acrobazie finanziarie, anzi rischiano di perdersi nelle aporie dell’utopia.

Credo che la forma sia neutra. Non è determinata da significati a priori. La sua autonomia non le consente di essere il referente di un’ideologia. Per questa ragione può essere usata. E, come può essere usata dal mercato, può essere usata come forma di resistenza al mercato. Forma, sintassi, astrazione sono a disposizione. Così come altre strategie progettuali. Non vedo perché debbano essere esclusiva di un degenerato spettacolo, nell’interpretazione debordiana[2], con scopi accumulativi. L’autonomia dell’architettura può essere usata laddove serve, è utile, laddove le dinamiche trasformative violente e rapaci della finanza globale distruggono territori e comunità.

Già esistono modalità di resistenza nell’urbano: penso a pratiche conservative (spesso tendenti a fenomeni di gentrification), occupatorie (occupy movement, MST e MTST, tactical urbanism… che devono purtroppo scontare una certa fragilità e temporaneità), progetti di micro-colonizzazione (micro-urbanism, agopuntura urbana, weak! architecture), progetti non-figurativi (weak city, stop city…). L’argomento è cruciale. Come enunciato perentoriamente nel numero 25 della rivista Log da François Roche[3], che lancia un appello al fine di stimolare il mondo del progetto sui temi della resilienza e della resistenza. E come da me rilevato nel numero prova della rivista ArcDueCittà, in cui definivo la contrapposizione apparente tra urban profit e urban not-for-profit, condizioni in realtà compresenti, anzi reciprocamente attive nelle dinamiche trasformative urbane contemporanee.

Rispetto alle esperienze citate, credo che, nell’affrontare il tema della resistenza alle aberrazioni indotte da certe forze dominanti o impellenti, il mondo del progetto non possa prescindere dall’uso di forma, sintassi e astrazione. Urge la ricerca e la sperimentazione di nuove forme architettoniche e urbane, basate sulla istallazione puntuale di oggetti costruiti (opere d’arte abitabili), a formare costellazioni, strutture formalizzate che siano presidi sia contro la distruzione creatrice definita da Harvey[4] sia contro l’informe e invivibile inurbamento spontaneo delle grandi masse in cerca di fortuna. Penso a punti (opere) di resistenza che, contro l’omologazione, la standardizzazione e l’appiattimento di ogni differenza e diversità che sta distruggendo la città contemporanea, consentano trasformazioni graduali e condivise, nelle quali le comunità possano riconoscersi e anzi contribuiscano a realizzare, in una logica di mutua difesa. Impendendo che queste stesse comunità vengano brutalmente sfrattate, che i loro insediamenti vengano rasi al suolo per consentire l’edificazione di quartieri modello costruiti e compravenduti a debito.

Les bijoux indiscrets di tafuriana memoria, letti nichilisticamente come futili, devono essere invece bijoux discrets, utili perché separati, distinti e discontinui ma al contempo esistenti e resistenti. Immagino una (f)utile (r)esistenza che permette all’architetto di operare al di fuori dell’onirismo dell’utopia e del mercantilismo della speculazione. Penso a opere di architettura che resistono, nella loro fisicità ed iconicità, separatezza e discontinuità, alla degenerazione trasformativa urbana e all’urgenza dell’inurbamento di massa, per far sì che la metropoli contemporanea torni ad essere luogo ospitale.

Per tornare alla domanda iniziale, futile e utile non si trovano quindi in contraddizione. Usare il futile in modo utile può sfocare il senso comune in cui si sono irrigidite queste parole, verso nuove possibilità di significato, pensiero e d’azione, per il bene comune. L’opera di architettura… futile e utile.

 

Ringrazio Elisa Cristiana Cattaneo, Ernesto d’Alfonso e Peter Eisenman per l’aiuto nella definizione di questo tema.

 

 

 

 


Note:

  1. Les bijoux indiscrets è il primo romanzo di Denis Diderot, pubblicato nel 1748. Manfredo Tafuri ha utilizzato lo stesso titolo per il suo saggio che apre il catalogo della mostra Five Architects NY, Officina Edizioni, tenuta a Napoli nel 1976.
  2. Guy Debord, La Société du spectacle, Èditions Buchet-Chastel, Parigi, 1967. Disponibile on-line tradotto in italiano al link: http://fc.retecivica.milano.it/~roberto.dicorato/Debord/indice.html
  3. François Roche (guest editor), LOG#25 Reclaim Resistance/Resilience, New York, Summer 2012.
  4. Si vedano sia David Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città, Ombre Corte, Verona, 2012 sia David Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, Milano, 2011.

 

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FORME PER NARRAZIONI DIFFERENTI. Lorenzo Degli Esposti http://www.arcduecitta.it/2012/07/forme-per-narrazioni-differenti-lorenzo-degli-esposti/ http://www.arcduecitta.it/2012/07/forme-per-narrazioni-differenti-lorenzo-degli-esposti/#respond Tue, 10 Jul 2012 22:30:30 +0000 http://www.arcduecitta.it/italia/?p=434  

Archizoom, No Stop City, 1969 Superstudio, Monumento Continuo, 1971 R. Koolhaas, E. Zenghelis, with M. Vriesendorp and Z. Zenghelis, Exodus, 1972 Ciudad De Dios (2002), dir. da V. González Favela Rising (2005), diretto da J. Zimbalist e M. Mochary Slumdog Millionaire (2008), dir. D. Boyle

 

Di fronte ad una città che cresce e si trasforma in metropoli, postmetropoli, conurbazione, regione metropolitana, megalopoli, sotto l’impeto del capitale e delle migrazioni, gli architetti si cimentano con carte e conti richiesti dal funzionamento della macchina burocratica o con pixel e parametri richiesti dal funzionamento della macchina informatica. E intanto la città non smette di crescere, in mano ad operatori, economisti, politici e sulle spalle delle masse già inurbate o in continuo inurbamento: tutti, beninteso, alla ricerca di un miglioramento delle proprie condizioni e con la speranza di un altro futuro. Quantità di persone e quantità di denaro che, cercando la loro collocazione su questo mondo, sempre più la trovano nell’urbano. L’urbanizzazione e l’infrastrutturazione, che sono tra gli strumenti più potenti dell’accumulazione capitalistica, hanno gradatamente fatto spostare l’attenzione dai bisogni, dalla qualità e dall’oggetto specifico nella realtà, al calcolo, alla quantità e all’estensione astrattamente proiettate su tutta la superficie terrestre.

E così ci troviamo sempre più spesso a considerare, e non certo illegittimamente, ciò che è utile al coabitare questo mondo (le case, le città) e a spostarsi in esso (le strade, i ponti), come un pericolo per la nostra stessa sopravvivenza, piuttosto che la ovvia risposta alle esigenze delle genti del mondo. E in effetti certe urbanizzazioni e infrastrutturazioni, quando da legittime risposte diventano domande strumentali all’accumulazione economica, suscitano qualche lecito interrogativo.

Come, in un clima culturale che fluttua tra il disinteresse alla rassegnazione, intervenire sull’urbano? Non mi sorprende che gli esiti di anni di ricerche del programma Urban Age della London School of Economics (finanziate dalla Deutsche Bank) abbiamo individuato nell’urbanizzazione densa e compatta e nel trasporto urbano su ferro la ricetta per affrontare i problemi delle città globali. Tralasciando considerazioni su possibili conflitti d’interessi, io mi chiedo come tali rimedi così standardizzati possano essere proposti, sebbene traspaia una generica contrapposizione da parte dei responsabili della ricerca contro le forze omologanti della globalizzazione. In alternativa alle superficiali ricette tecnico/amministrative della governance, credo che l’unico serio tentativo di affrontare i problemi della città d’oggi, nella sua complessità, possa essere una strategia che sia supportata da un lato dalla conoscenza approfondita della realtà specifica su cui si vuole operare e dall’altro da un’idea complessiva di città (non omologante, basata bensì sui temi della differenza, del rapporto parti-totalità ma anche dell’astrazione): città resistente, resiliente, rispetto alle forze in gioco.

La diversità delle città, di ciascuna città, così come di ciascuna parte che la compone, deve essere il punto di partenza e l’obiettivo di progetto, contro le forze omologanti del profit e del non-profit, del patrimonio e della miseria. Specificità locale, dunque. Culturale, economica, geografica, storica. Ma non solo, ovviamente. Nessuna strategia nimby (not in my back-yard) o localistica (ingenua o aggiornata) può oggi affrontare problemi necessariamente, evidentemente globali. Il locale, da solo, non basta. Il movimento moderno aveva visto nel cosmopolitismo un portato ineludibile della storia: un insieme di valori e diritti fondamentali, universali, basati sulla libertà, l’uguaglianza e la fraternità. Il linguaggio moderno era, alle origini, a sua volta portatore di quegli ideali, per poi gradualmente venir assorbito da altre logiche, tecniche e commerciali. Oggi il moderno è a sua volta storia e, al pari di tante culture locali, potrebbe assumere con esse perfino un ruolo di resistenza. Non sono tanto interessato al locale in sé stesso, quanto al suo modo di guardare all’universale e al globale. Di interagire con esso, senza farsi sopraffare ma senza nemmeno negarlo. È evidente che la carica innovativa (astratta, autonoma, assoluta) che può giungere da un altrove (geografico, culturale, tecnologico) sia una risorsa, non un problema, sempreché il luogo di destinazione sia capace di resistere, grazie alla sua storia e alla sua cultura, specifiche, per dare ogni volta alla luce un qualcosa di diverso, di migliore.

Le forme, nelle quali questo incontro tra quello che c’è e quello che non c’è si attualizzerà, costituiranno la possibilità dell’esistenza di luoghi disponibili alle narrazioni degli ospiti, intesi sia come ospitanti che ospitati. Le città, da distese di indistinti spazi urbanizzati accessibili in base al censo, potranno essere garanti della difesa dei diritti universali dell’uomo: città nella forma di costituzioni di pietra.

 

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CITY® BRAND. Demetrio Scopelliti http://www.arcduecitta.it/2011/07/city-brand-demetrio-scopelliti/ http://www.arcduecitta.it/2011/07/city-brand-demetrio-scopelliti/#respond Sat, 09 Jul 2011 09:37:09 +0000 http://www.arcduecitta.it/?p=652  

MAS context, More than a museum, Issue #11, Speed. Bilbao, 1994-2008: 1. Visitors; 2. Trading Fairs; 3. Aerial Passengers; 4. Total Cruise Ships; 5. Cruise Passengers Monumenti ad Amsterdam Stephen Shore, Beverly Boulevard and La Brea Avenue, Los Angeles, California, June 22, 1975

 

Creare identità. La questione è urgente e parrebbe cosa buona e giusta.
Lo sterminio di suolo manifestato in orizzonti generici, conurbazioni senza nome, luoghi senza luogo, dovrebbe gridarne la necessità. “Ci sono tre elementi: strade, edifici e natura […] Uno qualunque dei tre può avere la meglio: certe volte a perdersi è la strada, che serpeggia in deviazioni incomprensibili; certe volte non si vedono edifici, solo natura; poi, altrettanto imprevedibilmente, ci si trova circondati solo da edifici. In certi punti spaventosi tutti e tre sono contemporaneamente assenti.” (Rem Koolhaas, La Città Generica, in Junkspace.Per un ripensamento radicale dello spazio urbano. Quodlibet, Macerata, 2006)

Invece di manifestare un lamento (dalla base), la ricerca dell’identità perduta, talvolta persino mai avuta, rivela una strategia di mercato (dal vertice): un sottosuolo su cui incrementare il consenso, le risorse, il profitto.
Si crea così una realtà seducente anche se fittizia, una caratterizzazione controllata, manipolata, esasperata: magari inventata a tavolino. “[…] constituir y hacer respetar una cierta unidad de espíritu que haga viable una experiencia de lo urbano como una cultura homogénea y unificada, susceptible de generar y movilizar afectos identitarios especificos.” (Manuel Delgado, La ciudad mentirosa. Fraude y miseria del “modelo Barcelona”. La Catarata, Madrid, 2007)

Nascono la città della moda, quella del gusto. La città della memoria e quella del futuro. Al pari dei prodotti da supermercato, le città -le metropoli come le province- si sfidano a colpi di pubblicità, slogan, manifesti. Simboli di una curva di valori flettente, con il risultato contrario, di tendere all’uniformità ben prima dell’infinito.
Quella che vorrebbe sembrare la sconfitta della Città Generica, altro non è che la manifestazione della sua evoluzione logica. Quando la dispersione urbana diminuisce il peso dei centri storici sulle praterie periferiche, il carattere specifico, per resistere in borsa, va venduto all’inverosimile, fino a perderne la specificità stessa.
L’iper-genericità imperante, scade nell’accentuazione caricaturale di un’identità urbana alleggerita, vaga e onnipresente.
Che diventa marchio, un brand.

Il governo della città si trasforma in SpA. Attrarre city-users diventa qualcosa in più che l’obiettivo di un gioco di ruolo: motivo di sopravvivenza, fondo di sviluppo, unica alternativa possibile d’evoluzione funzionale. Il paradosso: vendere l’immagine della città per poterla mantenere in vita. Per poter sviluppare le infrastrutture, per poterla trasformare e rinnovare, colmare le lacune, rispondere ai servizi.
L’architettura prende parte del gioco e diventa generatrice di identità brand new, letteralmente nuove di zecca, quindi di patrimonio e di ricchezza. Il manufatto urbano, da opera d’arte collettiva, diviene museo di solisti, in un concerto stonato di esasperazioni e incongruenze.
Funzionò a Bilbao, il rischio è che non funzioni più, o almeno che non basti. Il fenomeno infatti si è globalizzato rapidamente, generando il paradosso di un’ omologazione formale e funzionale della città. Una proliferazione di eventi, monumenti, servizi tra loro multipli, copie di copie: che davvero dell’identità urbana non sia rimasto che un logo?

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EXPANDING MIDDLE EASTERN CITY: AMMAN. Fabio Zinna http://www.arcduecitta.it/2011/07/expanding-middle-eastern-city-amman-fabio-zinna/ http://www.arcduecitta.it/2011/07/expanding-middle-eastern-city-amman-fabio-zinna/#respond Sat, 09 Jul 2011 09:24:59 +0000 http://www.arcduecitta.it/?p=638  

Urban non-profit: il campo di Jabal el-Hussein Layer archeologico: il tempio di Ercole a Jabal al-Qala'a Il tessuto di Amman: edificazione non regolamentata e brown fields. Il tessuto di Amman: edificazione non regolamentata e brown fields. Layer infrastrutturale: autostrade urbane come elementi identitari. Layer infrastrutturale: autostrade urbane come elementi identitari. Recinti emergenti dal sempre uguale: il teatro romano. Urban profit: Al-Abdali urban regeneration project

 

Anche agli occhi di un osservatore scrupoloso, le forme della crescita di Amman possono apparire di difficile interpretazione. Negli ultimi 40 anni la popolazione inurbata è cresciuta a ritmi elevatissimi, soprattutto in conseguenza dei flussi migratori seguiti alle guerre arabo-israeliane. Dei 2,5 milioni di abitanti, circa metà è costituita da famiglie di rifugiati palestinesi. Una così ingente pressione demografica è stata affrontata anche con l’istituzione di campi profughi, ma il progressivo normalizzarsi della situazione ha prodotto un’urbanizzazione non regolamentata, basata su forme di auto-costruzione e su un consumo di suolo sconsiderato. Aree che fino a pochi anni fa erano destinate al pascolo sono oggi insediamenti a cui non sempre sono garantiti servizi adeguati.

Nella crescita accelerata emerge una condizione di generale indifferenziazione, che si riverbera nella straordinaria coerenza morfo-tipologica degli abitati. In questo magma omogeneo le tradizionali categorie interpretative dell’urbano risultano inefficaci. Il tentativo di identificare tessuti consolidati e aree di espansione è fuorviante: situazioni di sfrangiamento e brown fields sono diffusi in ordine sparso in tutto l’agglomerato urbano, entro dinamiche di crescita che hanno luogo sia entro le porosità inedificate della città, sia lungo direttrici periferiche che assecondano la topografia.

Quest’omogeneità riferisce in fondo di una sottile forma di adesione, secondo modalità aggiornate, al modello labirintico della città senza piazze arabo-musulmana. Nel passaggio dal suk al grande canale di traffico non muta l’essenza della strada, elemento funzionale svuotato dei suoi caratteri di rappresentatività, ma che riveste il ruolo di fatto urbano identitario. La strada è il palcoscenico della vita comunitaria, in ragione della carenza di spazi pubblici disegnati quali piazze e giardini. Eppure, come nella città storica la vita pubblica si svolgeva principalmente nel sahn, il patio della moschea, anche nella Amman contemporanea le pratiche sociali hanno luogo all’interno di recinti fortemente connotati dal punto di vista funzionale: i mall, le università, le aree sportive.

I recinti emergono come luoghi notevoli affioranti nell’urbanizzazione estensiva, ma possono configurare l’espressione di mondi opposti. Da Al-Abdali a Baqa’a, urban profit e urban no-profit si servono degli stessi dispositivi di regolazione dello spazio, come due facce della stessa medaglia: parti di città concluse e auto-dedicate, fino al punto di tematizzarsi e diventare l’immagine iperrealista di loro stesse.
Baqa’a, il più vasto campo profughi della Giordania, negli anni da tendopoli è diventata prima un abitato informale e poi un’area parzialmente integrata, che continua però ad essere un luogo di forte disagio sociale e a presentare alti tassi di criminalità e disoccupazione. Agli abitanti degli insediamenti sviluppati come upgrading dei campi profughi, è ancora in parte preclusa la possibilità di condurre un’esistenza da cittadini inquadrati entro uno stato di pieno diritto.
Eppure anche la città del profitto trova nel recinto la sola possibile forma riconoscibile di organizzazione dello spazio. Ad Al-Abdali, una tra le più estese aree di rigenerazione urbana del Medio Oriente, si prevede la costruzione di un distretto mixed-use ad alta densità: un recinto in cui l’immagine asettica dell’architettura dei grattacieli vetrati diventa l’illusorio ideale di promozione sociale offerto alle masse da costruttori e amministratori.

Insieme ai recinti, i rilievi topografici e i grandi nodi di traffico sono gli unici elementi primari di una mappa mentale in grado di mettere a sistema l’insieme caotico dei frammenti di una città che non può essere affrontata con i metodi consolidati dell’analisi urbana.
In tale contesto l’idea stessa di progetto architettonico-urbano perde di significato: al suo posto si fa strada l’opportunità di un progetto “debole”, una serie di interventi coordinati, diluiti nel tempo, atti ad innescare tensioni soggiacenti tra i frammenti già cristallizzati nel magma omogeneo.
Si dovranno operare ricuciture dei tessuti, pratiche di rinaturalizzazione degli spazi aperti disidentificati e interventi di adeguamento infrastrutturale, con attenzione ai rapporti fra le strade e i frammentari isolati urbani.
Se il codice genetico di Amman impone uno sviluppo genericamente indifferenziato, puntellato da recinti, il tentativo di una loro forzatura attraverso il progetto del suolo urbano deve essere assunto come imperativo categorico e indirizzo virtuoso per il futuro, al fine di includere e integrare parti di città oggi incoerenti e segregate.

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