Kevin Lynch – Arcduecittà .italia – Architettura, Ricerca, Città http://www.arcduecitta.it Rivista di Architettura, ricerca e città Wed, 22 Feb 2023 16:22:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.4.29 DALLA FAVELA AL PATTERN LANGUAGE. Andrea Vercellotti http://www.arcduecitta.it/2012/10/dalla-favela-al-pattern-language-andrea-vercellotti/ http://www.arcduecitta.it/2012/10/dalla-favela-al-pattern-language-andrea-vercellotti/#respond Wed, 10 Oct 2012 12:39:35 +0000 http://www.arcduecitta.it/?p=1391 6_Christopher Alexander, immagini esemplificative dei pattern tratte da “A pattern Language: towns, buildings, construction”, ed. Oxford university press, New York, 1977 5_Christopher Alexander, immagini esemplificative dei pattern tratte da “A pattern Language: towns, buildings, construction”, ed. Oxford university press, New York, 1977 4_Christopher Alexander, immagini esemplificative dei pattern tratte da “A pattern Language: towns, buildings, construction”, ed. Oxford university press, New York, 1977 3_Christopher Alexander, immagini esemplificative dei pattern tratte da “A pattern Language: towns, buildings, construction”, ed. Oxford university press, New York, 1977 2_Christopher Alexander, immagini esemplificative dei pattern tratte da “A pattern Language: towns, buildings, construction”, ed. Oxford university press, New York, 1977 1_Christopher Alexander, immagini esemplificative dei pattern tratte da “A pattern Language: towns, buildings, construction”, ed. Oxford university press, New York, 1977 9_Ruy Ohtake, interventi di stabilizzazione nella favela di Heliopolis, San Paolo, Brasile (fotografie Andrea Vercellotti) 8_Ruy Ohtake, interventi di stabilizzazione nella favela di Heliopolis, San Paolo, Brasile (fotografie Andrea Vercellotti) 7_Ruy Ohtake, interventi di stabilizzazione nella favela di Heliopolis, San Paolo, Brasile (fotografie Andrea Vercellotti) 6_Ruy Ohtake, interventi di stabilizzazione nella favela di Heliopolis, San Paolo, Brasile (fotografie Andrea Vercellotti) 5_Ruy Ohtake, interventi di stabilizzazione nella favela di Heliopolis, San Paolo, Brasile (fotografie Andrea Vercellotti) 4_Ruy Ohtake, interventi di stabilizzazione nella favela di Heliopolis, San Paolo, Brasile (fotografie Andrea Vercellotti) 3_Ruy Ohtake, interventi di stabilizzazione nella favela di Heliopolis, San Paolo, Brasile (fotografie Andrea Vercellotti) 2_Ruy Ohtake, interventi di stabilizzazione nella favela di Heliopolis, San Paolo, Brasile (fotografie Andrea Vercellotti) 1_Ruy Ohtake, interventi di stabilizzazione nella favela di Heliopolis, San Paolo, Brasile (fotografie Andrea Vercellotti)

 

Nei numeri precedenti ci siamo preposti di cominciare un percorso complesso e delicato di riflessione ed esplorazione all’interno della condizione urbana contemporanea, per capire quale ruolo potesse avere lo sguardo dell’architettura degli interni nell’evoluzione degli spazi di vita. Dai contributi ricevuti è emerso un tema piuttosto preciso: quale rapporto esiste fra il tessuto pianificato razionale o moderno e le sue commistioni con tessuti urbani più densi e formali, preesistenti e successivi? In particolare si è posto l’interesse su tutte le forme di trasformazione, adattamento o ibridazione alla piccola scala che avvengono all’interno dello spazio urbano, molto spesso in forma spontanea e disarticolata. Interventi puntuali, che esprimono in modo originale e a loro modo creativo bisogni primari delle persone e che sommandosi costruiscono il linguaggio dell’urbanità. Interventi che possono anche diventare più estesi, riproponendo nel cuore delle metropoli la dimensione di quello che David Graham Shane chiama “urban village”. Villaggi che nella dimensione globale convivono coi grattacieli e con le grandi infrastrutture metropolitane, laboratori della resistenza alle forme omologanti della globalizzazione e della costruzione di uno spazio accogliente e identitario per popolazioni marginalizzate, ma il cui peso numerico è sempre più rilevante.

Da qui nasce l’interesse per le favelas, esperienze ai margini dell’architettura dove l’Existenzminimum trova un declinazione attuale e inaspettata. Soprattutto nelle metropoli sudamericane, dove il fenomeno degli agglomerati auto-costruiti all’interno dell’ambiente metropolitano è ormai di lungo corso, ci colpisce la forza d’immagine di questi luoghi, risultato dell’accumulazione di una miriade di micro-azioni volte a ricavare uno spazio di vita. Ancor più interessante è notare come la stabilizzazione degli insediamenti abbia prodotto un fecondo dibattito sulle strategie di adattamento e riconversione di queste parti dello scenario urbano. Strategie che trovano negli interventi di piccola scala il loro campo di applicazione privilegiato. Perché, lo abbiamo detto, è alla piccola scala, quella dell’abitare, che si verifica la validità di un progetto urbano. E sorprende la capacità inconscia di questi insediamenti di creare uno spazio intimo e domestico che è del tutto assente in gran parte delle città contemporanee, riportando all’attenzione quella che Bernard Rudofsky chiamava “architettura senza architetti”. All’interno delle favelas si può riconoscere un catalogo di situazioni urbane estremamente ricco, un’interiorità paradossalmente in grado di accogliere popolazioni nuove, che si sono formate nel disperato tentativo di inseguire le opportunità presenti nelle grandi città. Ma lo stesso discorso trova anche una sua declinazione ricca: basti pensare alle letture sociologiche di Jane Jacobs in “Vita e morte delle grandi città americane”, dove viene analizzato con grande attenzione lo spontaneo ordine funzionale di cui ogni città si dota autonomamente, che si realizza attraverso attrezzature minime che fanno da infrastruttura alla costruzione sociale della città (il marciapiede, il parco urbano, il vicinato, ecc.).

Il passo fondamentale, a questo punto, è capire come da tutte queste esperienze, estremamente variegate nell’esito, nel linguaggio e nel livello di consapevolezza, si possa costruire una nuova prospettiva per lo spazio pubblico urbano. Riportare quindi nel campo dell’architettura tutto quanto viene riconosciuto anche grazie all’apporto delle altre discipline. Liberandosi anche da un certo grado di fascinazione, che non ci fa capire ad esempio che alcune di queste esperienze altro non sono che la riproposizione di pratiche già ampiamente consolidate nella costruzione degli spazi urbani, riproposte semplicemente per consuetudine ma non più in grado di rispondere alla complessità della vita contemporanea.

I fenomeni andrebbero piuttosto posti nell’ottica della qualità spaziale, così come fanno altri due autori che abbiamo più volte citato all’interno di questa rivista: Kevin Lynch e Christopher Alexander. Nel testo “A Good City Form”, del 1981, Lynch individua gli elementi minimi per misurare la qualità della vita urbana in alcuni fatti molto concreti della città e in pratiche non del tutto pianificate, che nascono dal rapporto fra luogo fisico e società. La rete degli accessi alla città, il ruolo dei piccoli gruppi sociali o i metodi di adattamento climatico sono infatti costanti nel rapporto forma-funzione che connotano uno specifico contesto urbano. Istituti sociali e attitudini mentali si associano nella costruzione dello spazio e gli danno qualità. Questo processo non è razionale e incasellabile in semplici logiche di ripetizione, ma va interpretato alla luce della complessità ecologica della città, costantemente soggetta ad un cambiamento consentito e consapevole, instabile perché si basa sul piccolo gruppo sociale o sull’individuo. E così come il cambiamento è un continuo aggiornamento per includere nuovi livelli di complessità, così l’architettura aggiorna o adatta gli scenari del vivere, in una strategia di trasformazione permanente che ha bisogno di competenze sempre nuove. Uso quotidiano e scenario spaziale sono in un equilibrio instabile, dove la variazione dell’uno determina l’aggiornamento dell’altro.

Una strategia dell’adattabilità e della trasformazione significa quindi prima di tutto individuare dei parametri o delle modalità secondo cui questi parametri si specificano in una determinata cultura, comprenderne il funzionamento e le possibilità di cambiamento ed essere in grado di predire in quale contesto storico, sociale ed economico verrà costruito l’adattamento. Un metodo non dissimile da quello proposto da Alexander in “A Pattern Language”. Il pattern rappresenta il riconoscimento e la catalogazione di quelle strutture minime che sono alla base della complessità urbana (ovviamente il discorso è applicato a scale molto diverse fra loro). Viene in questo modo formulata una soluzione ad un problema comune, che lega un contesto, un problema e, appunto, una soluzione. In questo modo si costruisce una sintassi, il “pattern language”, per lo sviluppo di progetti urbani qualitativamente superiori a tutte le scale, che coniugano diversi elementi in un unico processo morfogenetico. Così una pianificazione alla piccola scala, una sorta di urbanistica degli interni urbani, coniuga i bisogni delle varie componenti sociali e le inserisce in un ordine globale, non statico, ma in grado di adattarsi alle trasformazioni sociali e territoriali. Tutto questo crea l’immagine di un luogo, un quadro intellegibile composto da tutte le microstorie che lo abitano. “La filosofia fondamentale riguardo il pattern language è che gli edifici devono essere adatti alle esigenze individuali e dei luoghi; il loro progetto quindi dev’essere flessibile, al fine di assecondare queste necessità. Noi non creiamo un edificio come un set di componenti, ma generiamo una struttura che emerge completa, ma leggera; che gradualmente si rafforza, ma rimane flessibile. E solo alla fine diviene completamente forte e robusta.” (C. Alexander, A Pattern Language, 1977)

]]>
http://www.arcduecitta.it/2012/10/dalla-favela-al-pattern-language-andrea-vercellotti/feed/ 0
HABITUS NELLO SPAZIO PUBBLICO: PERSISTENZE/MUTAZIONI. Andrea Vercellotti http://www.arcduecitta.it/2012/07/habitus-in-public-space-durationmutation-andrea-vercellotti-2/ http://www.arcduecitta.it/2012/07/habitus-in-public-space-durationmutation-andrea-vercellotti-2/#respond Tue, 10 Jul 2012 19:03:41 +0000 http://www.arcduecitta.it/italia/?p=168 "NON TOCCARE LA DONNA BIANCA", MARCO FERRERI, 1974 "NON TOCCARE LA DONNA BIANCA", MARCO FERRERI, 1974 "NON TOCCARE LA DONNA BIANCA", MARCO FERRERI, 1974 "NON TOCCARE LA DONNA BIANCA", MARCO FERRERI, 1974 "NON TOCCARE LA DONNA BIANCA", MARCO FERRERI, 1974 "NON TOCCARE LA DONNA BIANCA", MARCO FERRERI, 1974 "NON TOCCARE LA DONNA BIANCA", MARCO FERRERI, 1974 "NON TOCCARE LA DONNA BIANCA", MARCO FERRERI, 1974 "NON TOCCARE LA DONNA BIANCA", MARCO FERRERI, 1974

 

Abbiamo cominciato la nostra riflessione appartare da una parola chiave,habitus, e da una scala di riferimento, quella piccola, o umana o dell’1:1. Ancor più che il nome della sezione stessa, quell’”interior design” ancora da ri-definire attraverso i contributi di tutti, sono questi i nostri riferimenti. Con questo numero cerchiamo di fare un passo ulteriore nel dibattito, concentrandoci su

alcuni temi particolari: lo spazio pubblico nella città di oggi e il ruolo della storia. Il binomio che questa volta vogliamo proporre è quello durata/mutamento. Che cosa può mutare negli spazi costruiti nei quali viviamo e cosa è invece immutabile, essenzialmente perché ancora generatore di senso nel presente? Dove il processo di adattamento si deve concentrare per interpretare il modo di vita equivalente al tempo in cui viviamo? Le nostre consuetudini nella disposizione degli spazi sono ancora in grado di rispondere alle domande del presente? E se così non fosse, cosa fare del nostro patrimonio costruito?

Definire con più attenzione il ruolo dello spazio pubblico è un passo fondamentale nel ripensamento della condizione urbana, perché è proprio da esso che comincia l’appropriazione della città da parte delle persone che la abitano. Questo discorso ha a che fare con una riaffermazione dell’intimità della vita e dei diritti dell’individuo, che non possono perdere la loro centralità, neanche nella complessità del mondo in cui viviamo. La meccanizzazione prima, e la digitalizzazione poi, hanno messo in secondo piano l’aspetto più conviviale della vita, portando a una sostanziale separazione fra pensiero e sentimento che è stata fra le cause della crisi del razionalismo architettonico. Forse proprio in questo troviamo una prima risposta alle domande poste: l’esperienza umana è sempre una costante. Alla base della vita ci sono sempre le stesse azioni primarie, che legano corporalmente l’uomo allo spazio in cui vive e gli uomini fra loro e che necessariamente devono essere soddisfatte. Uno spazio viene attrezzato prima di tutto per soddisfare istanze elementari e immutabili, ma che sono la base per la costruzione della società stessa.

Questa riduzione all’elementare potrebbe essere un metodo efficace nella lettura degli stili di disposizione dello spazio, così come abbiamo osservato nelle ricerche di Alexander o di Lynch. Nella scala piccola le azioni primarie si riconoscono con maggiore evidenza e il ruolo giocato dall’individuo è centrale. La ricerca dell’elementare, soprattutto nell’arte, è spesso andata di pari passo con il primitivo e con l’irrazionale. Anche nel campo dell’architettura sono spesso le situazioni anonime o spontanee a colpirci di più (pensiamo all’interesse per le favelas o per gli episodi di autocostruzione), quelle dove il quotidiano prende forma secondo i modi più immediati e poetici e la congruenza fra uso e scenario è maggiore, anche se ottenuta per vie tortuose. Una corporalità nella quale troviamo un nuovo umanesimo che resiste quasi istintivamente a un razionalismo esagerato. Dove ricercare quindi gli spazi pubblici della contemporaneità, quelli dove si è affermato il logos dell’oggi? Uno dei temi della società mondializzata è quello dell’assimilazione, che non significa per forza omologazione. La costruzione dello spazio deve da un lato continuare a rispondere alla domanda di senso delle comunità locali, ma dall’altro predisporsi all’ospitalità verso le popolazioni altre che sempre più coesistono nel mondo. Forse è proprio per questo che nei terminali delle reti di trasporto, dove avviene fisicamente l’incontro fra popolazioni diverse, riconosciamo meglio lo spirito delnostro tempo. Cogliamo il mutamento in atto e il linguaggio emergente. La ricerca di un punto di vista universale è invece il compito più difficile che ci spetta. Così come sono universali le azioni primarie dell’uomo, su qualcosa di condiviso si deve basare un’accomunare senza omologare. E tutto questo deve avvenire in un luogo organico, che non può avere sostituti digitali o virtuali. Come sarà questo luogo universale?

Questa nuova fase non potrà partire dalla tabula rasa, perché lo spazio contiene al suo interno i segni della storia, sui quali si basa il processo di appropriazione. Nelle città si sono sedimentati monumenti di ogni epoca, i quali trasmettono la durata della nostra permanenza nello spazio. Ogni epoca riflette continuamente sul suo rapporto con il passato, nel momento in cui decide di affermare un segno del presente o si chiede cosa fare di un’opera che si è conservata nel tempo. In alcune culture il passato vive in un “eterno presente” (per usare un termine di Siegfrid Giedion): nella tradizione giapponese, ad esempio, lo stesso stile veniva continuamente riproposto, perché sempre attuali erano i presupposti che ne costituivano le ragioni. La cultura occidentale guarda invece alla storia con lo sguardo dell’oggi e la stessa idea di patrimonio è il frutto di una selezione e di un adattamento progressivi, la risposta a una domanda: cosa e come si vuole tramandare? Diceva Bergson: “Il passato corrode continuamente il futuro”. E il nostro presente ha a che vedere con la coesistenza fra un passato particolare e un futuro comune, secondo un habitus tutto da codificare.

Gli interni urbani e quelli architettonici cambiamo con maggiore rapidità, perché reagiscono all’uso e sono forse il primo campo nel quale si manifesta il mutamento. La sostituzione di attrezzature e linguaggi è continua e spesso si trasforma in un cambio di moda che lascia lo spazio privo dei suoi elementi connotanti e proprio nella schizofrenia dei linguaggi manifesta l’indecisione del nostro tempo. Anche per questo la scala piccola è centrale per comprendere la contemporaneità. La scala piccola è quella dell’adattamento dell’esistente, che tanto più in una congiuntura economica e sociale segnata dalla mancanza di risorse sarà il principale strumento di modificazione degli spazi di vita, almeno nella città europea. In un costante rapporto fra uno scenario stabile, al quale sarà forse affidato il compito di esprimere il senso della durata, e azioni elementari che ne varieranno di continuo l’immagine.

]]>
http://www.arcduecitta.it/2012/07/habitus-in-public-space-durationmutation-andrea-vercellotti-2/feed/ 0