teoria/pratica – Arcduecittà .italia – Architettura, Ricerca, Città http://www.arcduecitta.it Rivista di Architettura, ricerca e città Wed, 22 Feb 2023 16:22:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.4.29 Ipotesi di uno scenario al futuro. Lorena Antea Caruana http://www.arcduecitta.it/2014/06/ipotesi-di-uno-scenario-al-futuro-lorena-antea-caruana/ http://www.arcduecitta.it/2014/06/ipotesi-di-uno-scenario-al-futuro-lorena-antea-caruana/#respond Wed, 04 Jun 2014 12:25:53 +0000 http://www.arcduecitta.it/?p=3532

“In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra:

una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi,

ma che non risparmiava nessun aspetto della vita.

Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.”

Italo Calvino,Leggerezza in Lezioni americane.

L’eredità di un trascorso ricco di avvenimenti impone oggi all’architettura il compito di individuare delle linee d’ indirizzo ad un ipotetico scenario futuro, libero da istanze profetiche e riferito anche al solo futuro prossimo.

Per un tale scenario è indispensabile il confronto con la storia. Ma quale confronto: in continuità o in contrasto? Secondo quale mira dominante: documentaria o narrativa?

Dal mio punto di vista essa si mostra di certo come condizione “sine qua non” per la realizzazione del nuovo in Architettura. La consapevolezza del trascorso del luogo – dapprima primigeneo heideggeriano, poi definito in fattispecie e singolarità – appare come sapienza del fatto fondativo su cui l’Architetto, ovvero l‘Artista, inizia il suo processo intellettivo ed il metodo per interpretare. Un esempio è l’avvalersi del genius loci schulziano, strumento in grado di legare la volontà estetica all’ethos che non prescinde dal contesto locale. Per l’architettura contemporanea contemplare l’etica significa agire adattando l’intenzione motivante alla società contemporanea per rispettarne le istanze. E a ciò consegue lo studio di discipline quali la sociologia e l’antropologia, necessarie ad acuire lo spirito di osservazione del progettista. Egli inoltre, così istruito, rivolge la sua attenzione all’ambiente su cui opera per descriverlo ed assimilarne il “genius” onde possa capire come “arricchirlo” apportando un cambiamento sostanziale.

Il progetto d’architettura rappresenta non soltanto una istanza particolare ma un’intera società che si vale del contesto, non per spogliarlo ma per “abitarlo”, rinnovandone le potenzialità. Simili obiettivi impongono una diversa attenzione al tempo ed al dialogo d’interazioni tra contesto locale e storia “urbana” (umana sulla città nella regione). Impostare un rapporto dialettico e critico tra l’architettura e il tempo in cui essa opera significa perciò non aderire aprioristicamente a correnti o strutture di pensiero solo perchè già consolidate. Occorre metterle alla prova affinchè fronteggiando domande nuove che possano dimostrare la capacità d’essere sufficienti.

Le domande nuove sono come rompicapi che mettono alla prova la struttura disciplinare consolidata in paradigmi epistemologici costringendola a trovare il modo di risolverli o imponendo ragioni per cambiare.

La sperimentazione consapevole di istanze logiche perchè insite nell’uomo; sociologiche, ovvero descrittive dei fenomeni legati alla società in cui vive, tecnologiche quindi legate all’ambiente fisico, dovrebbe essere impostata sull’apertura a queste nuove domande come presupposto indispensabile per l’innovazione. Tale volontà di sperimentazione dovrà applicarsi ai diversi temi di ricerca sulla città, o meglio sul territorio, a partire da postulati di tipo storico per considerare problemi di modello applicati alla preesistenza materiale (naturale), aperta anche ai problemi di scarsità delle risorse e dell’energia.

La volontà di sinergia tra contesto e inserimento d’opera progettata, come tra luogo e tempo umano/sociale, dovrebbe risolversi nella definizione progettuale di un’immagine che generi il tutto non solo come somma delle parti, come da sempre gli autori della Storia hanno saputo fare. Sapendo trovare il modo di far coesistere istanze preliminarmente in contraddizione e risolvendo la iniziale tensione mostrata dalle singole parti -che premono energicamente per diventare il tema esclusivo o dominante del programma- è possibile ottenere un elaborato conclusivo in grado di raccogliere e risolvere.

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POEMI DI CEMENTO ARMATO (KAMENSKIJ 1914), UN MONTAGGIO SUL MONTAGGIO. Roberto Podda, Giuseppe Boi http://www.arcduecitta.it/2012/10/poemi-di-cemento-armato-kamenskij-1914-un-montaggio-sul-montaggio-roberto-podda-giuseppe-boi/ http://www.arcduecitta.it/2012/10/poemi-di-cemento-armato-kamenskij-1914-un-montaggio-sul-montaggio-roberto-podda-giuseppe-boi/#respond Wed, 10 Oct 2012 10:42:56 +0000 http://www.arcduecitta.it/?p=1365 9_Rem Koolhaas - the city of Captive Globe 8_Exodus 7_Exodus 6_Peter Eisenman - diagrams 5_Aldo Rossi - la città analoga, 1976 4_collage city 3_Collage city 2_Il montaggio come forma simbolica 1_Manifesto di "Vita futurista" "Vita futurista"

 

Nei precedenti editoriali abbiamo posto l’attenzione sull’analisi critica del processo creativo con l’obbiettivo di isolare le quattro azioni generative (primarie) della forma:

Pensare : Vedere = Rappresentare : dar Forma.

Le riportiamo oggi quale promemoria, filo conduttore di un ragionamento attraverso il quale intendiamo approfondire le relazioni complesse che legano la quaterna. Il compito ci rendiamo conto è impegnativo, cercheremo di farlo consapevoli che l’oggetto del nostro “cercare” rimane comunque e sempre la disciplina dell’architettura nella sua dimensione concreta. Ma è proprio nell’atto del tendere al concreto che essa, necessariamente, rimane per un tempo indefinibile “a priori” sospesa nel “virtuale”, ed è li che in continuo conflitto si nutre di discipline diverse, in un turbinio di rarefazioni e compressioni, decomponendosi e ricomponendosi fino al raggiungimento del suo stato di equilibrio.

Cercheremo qui attraverso una operazione di “montaggio letterario”, di ricostruire una linea trasversale di coerenza metastorica tra diverse discipline: pittura, cinema, letteratura e architettura, con l’obbiettivo di rintracciare in esse, ove possibile, il denominatore comune dei vari processi creativi tra astrazione e immaginazione, rappresentazione e concretezza, sostenendo che esista un unico “processo creativo” analogo, trasversale a tutte le espressioni creative del genere umano; nel fare questo terremo sempre ben chiara sullo sfondo l’architettura, essendo noi comunque sempre convinti che in essa tutte le arti coincidano.

Il prodotto è una narrazione nella quale la somma di contributi diversi, provenienti da testi riconducibili alle varie discipline, mira a ricostruire pur nelle differenze, una linea ci congruenza reciproca. Dice Lessing a tale proposito: “la pittura ha per oggetto di imitare le forme esteriori dei corpi, la poesia rappresenta non tutte ad un tempo ma l’una dopo l’altra le parti di un’azione o di qualsiasi altra cosa; la pittura adopera figure e colori nello spazio, la poesia suoni articolati nel tempo; per cui diversamente dalla poesia, temporale, dinamica che può narrare azioni in successione nel tempo; la pittura, spaziale, statica, nelle sue rappresentazioni coesistenti non può servirsi che di un momento unico dell’azione; perciò deve cogliere il momento supremo, dal quale si intenda meglio il precedente e il seguente”.[1] “Per un edificio, invece l’immobilità è un’eccezione: il nostro piacere viene dal camminarci intorno facendo in modo che l’edificio si muova a sua volta, godendo di ogni combinazione delle sue parti mentre queste variano, la colonna gira, le profondità indietreggiano, le gallerie scorrono: la fuga di migliaia di visioni”.[2]

Il movimento del corpo è allora l’elemento di connessione tra tempo e spazio, capace di generare sequenze percettive, prospettive sovrapposte capaci di distendere nel tempo figure e colori dello spazio. “L’esperienza dell’architettura possiede qualità di assoluto coinvolgimento dal regno ottico al mondo tattile manifestandosi sotto ogni aspetto percettivo, la sintesi di primo piano, piano intermedio, sfondo, insieme a tutte le qualità soggettive dei materiali formano la base di una percezione completa. L’espressione di un’idea originaria di fusione tra soggettivo ed oggettivo, un collegamento complesso tra tempo , luce, materiale e dettaglio crea un tutto cinematico”[3]. L’architettura si impone dunque come arte sintetica, capace di integrare la forza della percezione e l’intreccio del romanzo.

“L’analogia segnala una logica di rimandi incrociati: il cinema ha tratto dall’architettura, dalla città, dalle immagini delle avanguardie i luoghi tipici dei suoi eventi, le scene, i suoi atti; l’architettura trae dal montaggio cinematografico l’idea di una libertà delle sequenze di luoghi-immagini dal valore e dal significato polivalente”. Sotto questo aspetto i dispositivi architettonici possono allora essere letti come “simultaneità di sequenze dispiegabili secondo successioni” disposte in modo da “orientare lo sguardo di chi visita. Cosicché si congiungono posizioni o situazioni ad immagini simultanee e selettive delle diverse parti architettoniche e dei paesaggi della natura e dell’arte, scambiandole, invertendole, innestandole”[4]. Il montaggio si coniuga allora “come tecnica compositiva che vede la sua formulazione teorica nel cinema” ma nel constatare “l’impossibilità di ricondurre a unità la figura dissolta nel paesaggio”, sposta il baricentro in un’ottica di contaminazione e sovrapposizione interdisciplinare. Con questo sguardo l’architettura può allora approfittare appieno della maggiore agilità sperimentativa che il cinema offre contenendo essa stessa nella sua logica l’idea di percorso sintetizzabile attraverso “fogli di montaggio”.

Il sodalizio tra le due discipline nasce e si connota parallelamente al percorso delle avanguardie “fissando il rapporto tra visione e movimento in uno spazio tempo” [5]. I procedimenti di montaggio, consentono di scomporre la continuità, “operando per sezioni paradigmatiche”, permettendo poi all’operatore di ri-articolare una “nuova” narrazione nella quale il processo di composizione e ricomposizione è stato ri-intenzionato, costruendo una nuova unità di senso. Date le premesse, possiamo rintracciare nell’esperienza futurista e nelle sue propaggini, la protostoria del moderno montaggio, che in una prima fase ne fissa in modo intuitivo i canoni espressivi a partire da un’arte del dinamismo e poi con numerose sperimentazioni introduce, sempre con maggiore consapevolezza una “estetica del movimento, come puro cinematismo astratto di forme e di colori”[6]. Sono questi gli anni dei manifesti, come il manifesto per La cinematografia futurista (Settembre1916) e il Manifesto per una rivoluzione cinematografica (Ottobre 1916)[7]. In essi “vi si esalta il cinema come strumento di una vera e propria rivoluzione del visivo in quanto arte della velocità, della sintesi analogica, dell’irrealtà trionfante”, ma soprattutto “della compenetrazione di tempi e spazi”[8].

In Russia, tuttavia anche il libro futurista entrerà in una nuova fase quando nel 1914 Vasilij Kamenskij comincerà a pubblicare a Mosca i suoi Zelezobetonnye Poemy (Poemi di cemento armato), puri esperimenti di grafica poetica, caratterizzati dalla lunghezza di una pagina su cui sono liberamente distribuite le parole, sovente spezzate in unità discrete e stampate con lettere nei più diversi corpi tipografici, privi di strutture sintattiche, organizzati in autonome associazioni semantiche, contestuali o visive, aperti alla lettura/interpretazione secondo un ordine stabilito dallo stesso lettore, i Zelezobetonnye Poemy costruiscono un esito nuovo e radicale nel campo dell’invenzione, che valorizza quella autonomia della parola ed esalta quella carica semantica che è propria di ogni lettera, come era stato teorizzato dai futuristi russi nei loro manifesti.

In questo quadro di sperimentazione, Vita futurista riprende la formalizzazione seriale attuata dal teatro sintetico: successioni rapide e intensive di frammenti narrativi e illustrativi senza alcuna apparente connessione tra loro, “negando l’unità totale del dramma aristotelico”[9], definendo queste scelte formali in termini di Sinfonie Poliespressive.In questi anni Balla e Depero pubblicavano il manifesto Ricostruzione futurista dell’universo per lanciare una “nuova forma d’arte futurista basata sugli assemblaggi di materiali eterogenei” denominando le opere Complessi Plastici al fine di definire il tutto come costituito dal montaggio di più parti. “Il montaggio è lo stadio di esplosione dell’inquadratura […] Quando la tensione all’interno di un’inquadratura raggiunge il culmine e non può più crescere, allora questa esplode frantumandosi in pezzi di montaggio”[10]. Esplosione allora di una totalità che non regge più la sua densità, come a sottolineare che l’unico modo per controllare la complessità è scomporla in sottosistemi semplici. Verificata l’impossibilità di ricondurre a unità la figura, giunta oramai allo stadio di esplosione.“La giustapposizione di due frammenti […] assomiglia più al loro prodotto che non alla loro somma, […] per il fatto che il risultato della giustapposizione è sempre qualitativamente diverso da ognuna delle sue componenti prese singolarmente”.[11] La questione si sposta allora fatalmente sui frammenti ri-conoscuti e sulla loro ri-composizione o in altre parole sul montaggio fisico e concettuale di elementi eterogenei che interagiscono tra loro ibridandosi sovrapponendosi in maniera tale in cui la forma finale si rapporti dialetticamente al suo processo generativo. Riconoscere è dunque il primo atto del processo, fatto mentale, mnemonico, legato al “Vedere”, momento necessario affinché si possano attivare il processi di riconfigurazione intenzionale. Il problema della Virtualità, non è dunque problema esclusivamente di rappresentazione, ma è per noi principalmente problema di sospensione della forma concreta. Durante questa sospensione tutte le “rappresentazioni” sono ammesse, esse partecipano attivamente al processo creativo, ne sono motore e prodotto, il limite resta la nostra capacità di critica, legata sopratutto a quello che andiamo cercando.

 

 Qui il link all’articolo “Non- standard architecture” di Carlo Deregibus.

 

 


Note:

  1. G.E. Lessing , Laokoon, 1766; da ,Testuale, F.Caroli, L.Caramel, Mazzotta editore , Milano, 1979.
  2. Paul Valéry, Il metodo di Leonardo, da Parallax, S.Holl, Postmedia Srl, , Milano, 2000.
  3. S.Holl, Parallax, Postmedia Srl, ,2000, Milano. Pag. 27
  4. E. D’Alfonso, D. Samsa, Architettura, Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 2001. Pag. 291, 300
  5. Arc numero 3 maggio 1998 pag.21
  6. Cfr. G.Lista, i caratteri distintivi del futurismo emiliano romagnolo e le loro ripercussioni nel campo dello spettacolo, Artioli Editore, Modena, 1990.
  7. Crf. Nota di Soffici pubblicatain “Lacerba”, a.II, n°4, 15 febbraio 1916, Firenze.
  8. Giovanni Lista, Cinema e fotografia futurista, Skira Editore, Milano, 2001. Pag. 47.
  9. ibid. Pag. 48.
  10. S.M. Ejzenstejn, Lezioni di regia, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1994, pag.149.
  11. S. M. Ejzenstejn, Réflexions d’un cinéaste, Moscow ,1958, pag. 69.

 

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GEOGRAFIA DELLA TERRA vs GEOGRAFIA DELLA CITTA’. Giuseppe Boi, Roberto Podda http://www.arcduecitta.it/2012/07/geografia-della-terra-vs-geografia-della-citta-giuseppe-boi_roberto-podda/ http://www.arcduecitta.it/2012/07/geografia-della-terra-vs-geografia-della-citta-giuseppe-boi_roberto-podda/#respond Tue, 10 Jul 2012 16:05:30 +0000 http://www.arcduecitta.it/italia/?p=233 1 2 3 4 5 6

La parola geo_metria ha sempre significato (indicato) che il metro (il parametro per misurare) fosse la Terra. Allo stesso modo, geografia ha indicato pressapoco il segno grafico che sta per la parola Terra, ma per grafia possiamo intendere la parola, il termine scritto come anche un’immagine, una rappresentazione del Mondo. Partendo da questa premessa possiamo pensare a un contrasto tra i due aspetti del termine geografia.

Discorso sul Mondo e concettualizzazione della realtà.

Rappresentazione del Mondo significa configurare (dare forma) al Mondo

Geografia_Mappa_Planimetria_Sezione

La questione della rappresentazione dell’elemento Mondo

Le definizioni di queste quattro parole, ricche di differenti sfaccettature di significato, rappresentano le fondamenta (le radici) per la creazione di strumenti di lettura del suolo. L’elaborazione di tali concetti permette la creazione di strumenti pratici ed estetici. Alle parole geografia, mappa, planimetria e sezione possiamo dare differenti chiavi di lettura, ad esempio le possibilità di combinazione sono molteplici, queste parole sono legate a concetti e definizioni famigliari: usiamo mappe geografiche per orientarci, la planimetria è la tecnica più appropriata, più immediata di rappresentazione del suolo, la planimetria è una sezione orizzontale; planimetria e sezione sono gli strumenti più efficaci per la rappresentazione cartesiana (bidimensionale) di un progetto. E’ inoltre chiaro che mappe geografiche e sezioni planimetriche possono essere viste in relazione tra loro in differenti scale: dalla grande scala territoriale della mappa geografica alla scala ridotta dell’edificio, ossia l’1:1.

“Design Models” nella definizione data nell’omonimo libro di Ben Van Berkel.

I Design Models rappresentano uno potenziale strumento nello studio della complessità e nello sviluppo di una disciplinata metodologia di lavoro, che si può raggiungere attraverso l’informatica.; tramite queste metodologie possiamo ottenere forme, in particolare le forme del suolo, e gestire il passaggio attraverso le mappe che compongono la città alle differenti scale. La sempre crescente complessità del contesto delle città contemporanee, evidenzia la necessità di realizzare, di sperimentare metodologie e tecniche di lettura e ri-scrittura delle discipline di progettazione (pratiche progettuali). L’analisi critica del processo creativo rende possibile isolare le quattro azioni generative (primarie) della forma che cooperano per la definizione delle relazioni:

Pensare : Vedere = Rappresentare : Creare.

È ovvio che al variare di uno dei termini genera dirette ripercussioni sull’intera equivalenza.

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